Il Pane e il Sangue - Terza tappa
La notte di quel giorno senza fine fu vissuta come dentro un sogno febbricitante. Gli uomini percorsero in gruppo solo il primo tratto di mulattiera, che tra muretti di pietra a secco saliva verso Chenevierés, poi quando furono nel Gran bosco, l'oscurità e la stanchezza ne perdettero molti, ingoiati da quella foresta fittissima di abeti e cembri e a loro sconosciuta.
In testa alla colonna il corno suonava in continuazione, come se il trombettiere avesse deciso di farsi scoppiare cuore e polmoni se non fosse riuscito a richiamare tutti i dispersi, ma inutilmente. Molti si gettarono su letti di felci, che parevano invitanti come alcove di principesse, e si addormentarono, smarrendo definitivamente il contatto con i compagni e la possibilità di completare l'impresa per cui erano, con enormi fatiche, arrivati fin lì. Altri si fermarono sotto balme accoglienti, a contare i tesori che la vittoria aveva loro fatto guadagnare, dal momento che erano riusciti a spogliare i morti francesi delle loro povere ricchezze, che ora stavano lì, nel palmo della loro mano.
E tra questi, parecchi decisero che ne avevano a basta, di avventure, pericoli e marce, e all'alba alla spicciolata cercarono di ritrovare una via per la Svizzera, portando indietro al loro esilio la pelle, e poco più. Molti non ce la fecero, traditi lungo il ritorno da contadini infidi, o smarriti per sempre in boschi inospitali dove morirono di fame, soli come cani. La retroguardia faceva quel che poteva, se si avvedeva di qualche sbandato caduto addormentato sotto una pianta lo andava a scuotere, sempre più bruscamente ad ogni disperso ritrovato, finchè verso l'alba anche persone fidate e disciplinate come Tron, o Renè, iniziarono a fingere di non vedere i corpi degli addormentati più lontani dai sentieri che stavano percorrendo.
Solo Luca continuava instancabile a serpeggiare per il bosco e per i suoi cento sentieri traditori, tutti uguali e tutti divergenti gli uni dagli altri, recuperando uomini riottosi e ritrovando la giusta direzione senza mai perdersi. A mezzogiorno, verso il Pragelato. E intanto lontano si levava il suono di quel corno, continuo come un'ossessione. Superarono il monte Genevris, che divideva la Valle di Susa da quella del Pragelato, e per un'ora Turrel sostò agli alpeggi del monte Seu, in una borgata che si chiamava, disse qualcuno, Monfol, filtrando a mano a mano i piccoli gruppi che arrivavano sgranati.
Dopo un'ora fece riprendere la marcia, dopo essersi consultato con Arnaud, e mentre la luce intrideva poco alla volta il nero della notte, passarono tra abetine di abeti rossi e bianchi, all'ombra della Punta Rognosa e del monte Ruetas, là dove si origina la Val Troncea, e finalmente la strada prese una discesa dolce, e si ritrovarono, straniti e sporchi, al Colle di Costapiana.
commenti
Nessun commento disponibile



Scrivi il tuo commento